
(26 gennaio 2026) Il report intitolato “Journalism, media, and technology trends and predictions 2026“, realizzato da Nic Newman (ricercatore senior) per il Reuters Institute for the Study of Journalism e presentato ufficialmente il 12 gennaio 2026, delinea un panorama di trasformazione profonda per l’industria dei media.
Secondo tale studio, i broadcaster, ad ogni livello, si trovano ad affrontare una sfida determinante, tra l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa e l’ascesa dei cosiddetti creator online. Parliamo di due forze che rischiano di rendere meno rilevanti i media tradizionali.
Canali alternativi
In questo contesto, anche un soggetto web qual è YouTube sta cercando di assumere il ruolo di ‘nuova televisione’ per i telespettatori più giovani e, in effetti, ha incrementato il tempo di visione anche tra le fasce d’età più avanzate, in base ai dati dal 2023 a oggi.
In risposta a questo spostamento, il 79% dei manager dei diversi media che sono stati contattati per lo studio ha dichiarato di voler investire maggiormente nei contenuti video e il 71% nei formati audio, in particolare i podcast, per contrastare la predazione dei contenuti testuali operata dai chatbot dell’IA.
In generale, questa dinamica fa si che molti leader politici e personalità pubbliche trascendano i media tradizionali, per comunicare direttamente con il pubblico attraverso canali cosiddetti ‘owned media’, cioè producendo podcast e video su YouTube, alla ricerca di una relazione diretta (e senza il rischio di domande o confronti scomodi) con i cittadini.
Il tema dell’IA
L’integrazione dell’IA generativa nelle redazioni è vista dai broadcaster sia come una necessità di efficienza sia come un rischio per l’accuratezza del risultato finale; studi citati nel report indicano che i chatbot, in quasi la metà dei casi, travisano il senso dei contenuti giornalistici che elaborano. Tuttavia, molte emittenti stanno adottando soluzioni innovative di IA, in particolare per gestire l’automazione del monitoraggio delle notizie o per testare l’impiego di presentatori sintetici e di avatar.
La BBC, ad esempio, ha testato bollettini audio quotidiani con accenti regionali personalizzati, un prodotto che sarebbe stato economicamente proibitivo realizzare con metodi tradizionali; ciononostante, l’impatto di queste iniziative è ancora giudicato “limitato” dal 42% degli intervistati, suggerendo che la tecnologia non ha ancora cambiato radicalmente i flussi di lavoro.
Un’altra priorità strategica identificata dallo studio è la necessità di trovare una risposta alla “ondata dei creator”, che vede singoli personaggi ottenere maggior fiducia da parte del pubblico, rispetto a testate consolidate. Il 76% degli editori, dunque, intende sollecitare i propri giornalisti, pur mantenendo il rigore professionale nell’accuratezza della notizia, ad adottare uno stile di narrazione più affine a quello dei creator, così da costruire una connessione più autentica con il pubblico.
Progetti come quelli della statunitense CNN, chiamato ‘Creators’ o dell’australiana ABC, detto ‘News Loop’ mostrano lo sforzo di adattare il tono e il formato del giornalismo, investendo nella creazione di contenuti giornalistici spontanei e, per esempio, nella produzione di video dal taglio nativamente verticale, già adatto alla trasposizione sui social media.
Conclusioni
In definitiva, la sopravvivenza dei broadcaster nel 2026 dipenderà dalla capacità di produrre contenuti editoriali distintivi, semplici nell’esposizione, ma anche complessi nel livello di accuratezza, così che l’intelligenza artificiale non possa facilmente riassumerli o emularli. Questo significa puntare su inchieste originali, reportage sul campo e narrazione di storie personali, ovvero quegli ambiti dove il tocco umano e la verifica dei fatti rimangono insostituibili.
Mentre l’informazione generalista, le cosiddette ‘hard news’, rischia di diventare una “commodity”, le emittenti che riusciranno a mantenere un legame diretto e significativo con la propria comunità saranno quelle meglio posizionate per navigare in questo nuovo ecosistema digitale.
Lo studio può essere liberamente consultato e scaricato al seguente link:
[L’immagine è stat generata dall’IA]
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