La Messa di Natale di Mons. Giuseppe Baturi con TV2000 e Corallo

Un invito a fare memoria del Mistero del Natale che attraverso un bambino si comunica a noi e che chiama ciascuno a rispondere a quell’amore condividendo la nostra vita con tutti. E’ l’augurio che S.Ecc. Mons. Giuseppe Baturi Segretario Generale della CEI ha rivolto ai dirigenti e al personale di TV2000 e di CORALLO il 16 dicembre scorso a Roma nella sede della tv dei cattolici italiani, celebrando con loro la S. Messa di Natale nella quale ha chiesto di ricordare anche Fabio, direttore della radio e del settimanale di Foligno morto a soli 38 anni.

Nell’omelia, Mons. Baturi ha commentato la parabola evangelica dei due figli chiamati dal Padre a lavorare nella vigna (Matteo 21, 28-32): “Di fronte alla volontà del Padre ciascuno di noi è chiamato a dare una risposta, che si verifica nella prassi ma che matura nel cuore a seguito di un giudizio, di un amore, di un affetto, di un desiderio. Una risposta che devo dare io.”

“L’umanità di quel bambino ci attrae all’amore delle realtà più grandi – per questo si chiama mistero – attraverso quel bambino ci comunica a noi, ma è più di quel bambino, più di quella carne. Il Natale è questo mistero attraverso cui ciò che è visibile ci attrae all’amore di ciò che è invisibile.”

Occorre farne memoria, come Maria che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Per questo Mons. Baturi ha ammonito: “Se c’è un gravissimo rimprovero di Dio è sempre: ‘non ricordate’, ‘non avete ricordato’, ‘avete dimenticato’. Ma l’amore vero ricorda, l’amore vero attende.”

L’uomo attende di vivere un’umanità riconciliata: “Ci sarà un giorno – ha aggiunto Mons. Baturi – in cui il male finirà, in cui il cuore dell’uomo sarà riconciliato. Noi attendiamo questo momento in cui tutta la superbia gaudente e sciocca finirà, tutte le guerre finiranno. Dio ha posto un argine, una fine a tutto il male. O Dio vieni a salvarmi presto, perché un giorno in più nel male è insopportabile”.

Ha così raccontato un episodio vissuto recentemente in Etiopia dove ha vistato una struttura sanitaria realizzata grazie al contributo dell’8×1000 alla Chiesa cattolica. Era rimasto sorpreso dal nome dell’autista che lo accompagnava. Il padre era morto in guerra prima che lui nascesse e la mamma l’aveva chiamato “Colui che aspetta”. Un uomo che non aspetta è rassegnato, incattivito, pensa immodificabile la realtà, si vendica con la violenza dei gesti e delle parole.

“Da chi aspettiamo la felicità e la gioia? – ha chiesto Mons. Baturi – Se le aspettiamo da altro non avremo attenzione nel presente per quest’ Altro che nasce, che diventa per noi motivo di carità, tenerezza, amore al presente, ai particolari del presente. Il presente può essere difficile, ma mai banale; può essere complicato, mai senza significato.”

Ha infine richiamato Sant’Agostino che ne “La città di Dio” scriveva che ciò che trasforma un aggregato di individui in un popolo non sono la soggezione, un ordinamento giuridico, la convergenza degli interessi ma è la comunanza delle cose amate. Mons. Baturi ha così commentato e concluso la sua omelia: “Ciò che trasforma un insieme di uomini soli in un popolo è che amano la stessa realtà, la stessa memoria, la stessa attesa, lo stesso presente. Però ci vuole qualcuno che possa condividere, spartire questo amore e gli uomini della comunicazione hanno una responsabilità superiore: quella di custodire per conto del popolo l’unica ragione della vita, per condividerla con tutto il popolo”.

 

 

 

 

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