RADIOTV FORUM AERANTI-CORALLO 2026
INTERVENTO INTRODUTTIVO
DOTT. FRANCO MUGERLI
MEMBRO DEL COMITATO ESECUTIVO AERANTI-CORALLO
E PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE CORALLO
ROMA – 9 luglio 2026
L’avv. Marco Rossignoli ha già documentato in modo esaustivo le principali tematiche che interessano il comparto radiotelevisivo locale che saranno oggetto del confronto istituzionale con i nostri illustri relatori a cominciare dal sig. Ministro. Con questo mio breve intervento vorrei invece esprimere che siamo contenti di fare festa insieme celebrando i 50 anni dalla sentenza della Corte Costituzionale, ricordare l’avventura della nascita delle prime radio e tv locali nel nostro paese e dirci cosa trattenere di quell’inizio perché possa essere vivo anche oggi.
E’ difficile spiegare a figli e nipoti che quando eravamo giovani come loro non c’era Internet, non c’erano i social, le piattaforme di condivisione audio e video, non c’erano i cellulari e gli altri dispositivi digitali. Ancora più difficile convincere che sull’apparecchio televisivo, se giravi la manopola perché il telecomando non esisteva, trovavi solo tre programmi RAI in bianco e nero. Gli ascoltatori radio erano solo un poco più fortunati: se sulle FM si ascoltavano i tre canali RAI, sulle onde medie e corte ci si sintonizzava anche su qualche radio estera ma con segnale scadente. Solo chi abitava in una zona di confine poteva vedere o sentire anche un canale estero: la Svizzera italiana, Capodistria, Montecarlo. Se tutto questo è difficile da spiegare ai Millennials e alla Generazione Z, possiamo invece con orgoglio raccontargli l’avventura dei loro papà e nonni che cinquant’anni fa, iniziando a trasmettere con una radio o una tv locale, hanno cambiato la storia della radio e della televisione nel nostro paese.
Fu un fenomeno caratterizzato da una crescita imprevedibile, facendo dell’Italia un caso unico al mondo. Dalla metà degli anni ‘70 le radio e tv locali avevano iniziato a trasmettere. Alle prime se ne erano presto aggiunte tante altre. Nonostante fossero considerate radio e tv pirate per violazione della normativa, che allora riconosceva alla RAI il monopolio della radiodiffusione via etere, avevano continuato a diffondersi noncuranti dei divieti e dei rischi penali in cui incorrevano. Si contavano già un migliaio di stazioni radiotelevisive quando la sentenza n. 202 del 28 luglio 1976 della Corte Costituzionale sancì il diritto alla radiodiffusione in ambito locale. Quando nel 1990 venne emanata la prima legge di sistema (cosiddetta “Mammì” per il Ministro in carica) furono circa 4.100 le domande di concessione radiofonica e 1.400 le televisive per complessivi 11.600 impianti radiofonici e 15.500 televisivi.
Ma più del dato quantitativo, per comprendere questo fenomeno comunicativo occorre interrogarsi sulle ragioni culturali che l’hanno generato e collocarlo negli anni ‘70. Un decennio segnato da contrasti, mobilitazioni sociali, violenza, terrorismo, instabilità economica e politica. Ma, come già alla fine degli anni ’60, caratterizzato anche da un desiderio di libertà, di esserci, di espressività, di partecipazione, di trasgressione, ma anche di novità e di costruzione.
Le radio e tv “libere”, come allora si chiamavano le emittenti locali nate a metà degli anni ’70, furono un’esplosione di novità, un fenomeno culturale e sociale di rottura nella comunicazione radiotelevisiva, fino ad allora monopolizzata dalla concessionaria pubblica RAI. Veri “social” di quegli anni: la radio e tv della tua città, voci e volti riconoscibili che diventavano familiari, la tua musica, le notizie del tuo territorio, l’ascoltatore e il telespettatore che entravano e diventavano protagonisti dei programmi tramite il telefono o un’ospitata. Ancora di più: negli anni ’70 della militanza politica il microfono sostituiva il volantino ciclostilato o il tazebau fuori le fabbriche e le università. E la radio sul campanile delle chiese amplificava il pulpito e il notiziario della parrocchia.
Fu una stagione irripetibile. Dal nulla, con apparecchiature di fortuna, magari riaccendendo un cimelio militare riadattato, da una mansarda rivestita da cartoni delle uova, con un’antenna sul tetto l’etere è stato presto acceso da centinaia di voci, suoni e volti subito accolti nelle case delle nostre città con curiosità e interesse da migliaia e migliaia di radiotelespettatori. Posso confermare personalmente tutto questo, avendo avuto l’avventura di aprire e dirigere una di quelle prime stazioni radiofoniche.
Un fenomeno reso possibile dai tanti che si possono riconoscere nella celebre strofa della canzone di Antonello Venditti: in quel Giovanni, l’ingegnere che lavora in una radio e ha bruciato la sua laurea e vive solo di parole. Tanti di quei Giovanni dopo cinquant’anni ancora ci lavorano in quella radio e televisione locale e sono venuti qui a Roma per fare festa insieme.
Quelle “antenne libere” hanno poi lasciato il posto a un’emittenza privata sempre più strutturata che ha contribuito a cambiare profondamente e in modo irreversibile nei decenni successivi la cultura e il costume del nostro paese. “Senza di noi, oggi non ci sarebbe Berlusconi”, mi disse orgoglioso Carlo Drapkind, ex direttore di Radio Parma tra le prime radio a trasmettere, quando lo intervistai in occasione del decennale della sentenza che oggi ricordiamo.
Molte di quelle prime stazioni hanno cessato. Ma tante hanno saputo raccogliere le sfide e le difficoltà incontrate in questi decenni e hanno continuato la loro attività, rinnovando ed evolvendo la propria proposta editoriale per renderla appetibile anche al pubblico di oggi. La relazione prima ascoltata ha documentato anche in termini quantitativi la capacità imprenditoriale di cui il nostro comparto è stato capace.
In questi decenni in più occasioni si è ritenuto che radio e tv locali fossero ormai strumenti comunicativi superati dalla concorrenza mediatica sempre più diversificata ed insidiosa. Al contrario radio e televisione non sono media in declino, ma sistemi in trasformazione. La loro fruizione non è più esclusivamente lineare, ma avviene in tempi più flessibili e su dispositivi multipli. In particolare la radio, anche la radio locale, ha mostrato tutta la sua resilienza: non solo non è scomparsa ma è stata capace di integrarsi con altri media, di essere ascoltabile su ogni nuova piattaforma e di crescere in ascolti e in affidabilità.
Nella variegata offerta radiotelevisiva, le radio e tv locali continuano ad avere uno spazio e tra queste anche quel particolare segmento di comunicazione caratterizzato dall’emittenza comunitaria. Grazie all’impegno del coordinamento Aeranti-Corallo le imprese radiofoniche e televisive locali a carattere comunitario hanno trovato un riconoscimento normativo della loro funzione comunicativa. Per continuare a tutelare la presenza e il ruolo delle televisioni a carattere comunitario è importante che il Ministero con controlli accurati possa arginare il fenomeno dell’anomala crescita esponenziale dei soggetti che fanno richiesta di accedere ai contributi di sostegno del DPR146/2017 per questa tipologia di emittenti.
Ma perché queste mie parole e la festa di oggi non siano un’operazione nostalgia, vorrei porre una domanda e provare a rispondervi. Cosa è rimasto di quegli anni, cosa quel passato ha da insegnarci per comunicare anche oggi? E’ una domanda non scontata, se già alla fine del decennio successivo Raf si chiedeva: “Cosa resterà di questi anni ottanta, afferrati e già scivolati via. Cosa resterà e la radio canta una verità dentro una bugia”. Nella sua canzone tracciava un bilancio malinconico e disincantato di un decennio dominato dall’edonismo, dall’apparenza e dal consumismo, da lasciare presagire un futuro incerto.
Per comunicare non bastano gli strumenti, siano essi un giornale, una radio, una tv o un social. Non bastano una capacità imprenditoriale, adeguate risorse economiche. E non bastano nemmeno un’idea originale e accattivante, un format che funziona, una tecnica sperimentata, una professionalità acquisita. Tutto ciò è necessario ma non basta.
Incontrando tutti gli operatori della comunicazione il 12 maggio 2025 all’indomani della sua elezione, Papa Leone XIV ci affidò una consegna. Disse: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. (…) La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto.”
Questo invito del Papa a creare ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto ci aiuta a rileggere ciò che c’è di più prezioso nella nostra storia che ancora oggi può essere riattualizzato attraverso le nostre antenne.
Anzitutto quel desiderio di comunicare sé, di espressività e di incontro con l’altro. Una radio e una televisione con una voce e un volto familiare. Con un’identità, che prima di essere un connotato culturale, religioso o politico o la scelta di un formato o di un target a cui rivolgersi, è un bisogno di umanità, di voci e volti in cui riconoscersi. Oggi come ieri sono i radiotelespettatori a richiederlo. Anche le radio e tv più strutturate sanno di non poter rinunciare a questa cifra distintiva delle loro emittenti.
La seconda parola che fa parte della storia delle nostre antenne è la partecipazione. Radio e televisioni animate e costruite con il loro pubblico: dalle canzoni a richiesta ai dibattiti in diretta senza filtri. Che creano occasioni di comunità con i radiotelespettatori, non solo coinvolgendoli in trasmissione ma anche con eventi esterni in cui ritrovarsi insieme: concerti, feste, appuntamenti culturali.
La terza parola è essere voci e volti del territorio raccontato quotidianamente attraverso notiziari, servizi speciali, radio telecronache in diretta, con protagonisti, ospiti e programmi dedicati. A servizio della gente che lì vive e che chiede di essere informata su ciò che accade.
Infine un’ultima parola: la responsabilità sociale che in tutti questi anni abbiamo salvaguardato e che non vogliamo smarrire: il grande contributo al bene comune reso dalle nostre emittenti locali al pluralismo della comunicazione. Una responsabilità resa ancora più evidente proprio dal contesto in cui operiamo dominato dai grandi operatori editoriali radiotelevisivi.
Nonostante siano trascorsi cinquant’anni dalle trasmissioni delle prime radio e tv libere, la presenza delle nostre emittenti, pur nella varietà di formati, dimensioni, modalità di comunicazione e limitatezza di mezzi, è ancora capace di portare un contributo originale e intende continuare ad avere uno spazio e una funzione importante da svolgere nella comunicazione radiotelevisiva del nostro paese.

