I giovani non spengono la televisione. Lo conferma il secondo Rapporto Auditel-Ipsos Doxa

 

(28 maggio 2026) I giovani non sono, per come alcuni affermano, una generazione perduta per il piccolo schermo; tale errata percezione è stata smentita dal secondo Rapporto Auditel-Ipsos Doxa intitolato “La meglio (tele)gioventù”, presentato lo scorso 21 maggio.

Contrariamente ad una certa narrazione che vorrebbe il pubblico di età compresa tra i 18 e i 34 anni quasi totalmente assorbito da smartphone e piattaforme social, i dati mostrano che i giovani non hanno affatto abbandonato la televisione, ma la integrano in un ecosistema di consumi ibrido.

Per i broadcaster, e in particolare per quelli radicati sul territorio, queste evidenze aprono prospettive di grande interesse, confermando che il mezzo televisivo mantiene una funzione sociale centrale e un legame tecnologico con il digitale terrestre che si mantiene solido.

Dettagli della ricerca

L’indagine, basata sulla capillare Ricerca di Base Auditel, identifica tre cicli di vita ben distinti per i giovani adulti italiani: coloro che restano nella famiglia d’origine, i cosiddetti “giovani in volo” che cercano l’indipendenza e i “nidi giovanissimi”, ovvero le nuove famiglie con figli.

Sebbene durante la fase di indipendenza si assista a un temporaneo “alleggerimento” delle dotazioni domestiche, con una maggiore propensione per i device mobili, il momento della creazione di un nuovo nucleo familiare segna il ritorno del televisore in casa.

In questi nuovi nuclei familiari la televisione torna a essere il centro di gravità dello spazio domestico, un rituale che si replica di generazione in generazione e che vede, anzi, i giovani investire in apparecchi di alta qualità, con una forte predilezione per smart TV 4K e schermi di grandi dimensioni, superiori ai 50 pollici.

L’aspetto più rilevante riguarda il persistente legame con l’antenna televisiva. Nonostante sette smart TV su dieci siano connesse a internet, oltre il 90% di esse rimane stabilmente collegata all’impianto d’antenna tradizionale. I giovani, dunque, non scelgono tra lineare e on-demand, ma utilizzano entrambi.

Questo dato è fondamentale per i broadcaster locali, i quali continuano a beneficiare di un accesso diretto e privilegiato nelle case attraverso il digitale terrestre, una tecnologia che i giovani non hanno affatto “spento”.

La televisione lineare risponde a un bisogno di fruizione collettiva e di contenuti che le piattaforme internazionali spesso non riescono a replicare, specialmente quando si parla di identità culturale e vicinanza territoriale.

Evolvere è bene

Un altro segnale incoraggiante per il settore è l’ascesa dei cosiddetti “streamcaster”. I broadcaster tradizionali che hanno saputo evolvere la propria offerta in digitale hanno visto raddoppiare i propri utenti giovani dal 2019 a oggi. Nei “nidi giovanissimi”, l’uso dei servizi streaming dei broadcaster è passato dal 4% al 29% in soli sei anni.

Questo successo è dovuto alla capacità di offrire contenuti italiani e programmi per bambini, percepiti come un valore aggiunto rispetto alla library globale delle grandi piattaforme OTT. Per le emittenti locali, questa tendenza conferma la necessità di affiancare alla trasmissione lineare una presenza digitale forte, anche on demand, capace di intercettare quella quota di giovani che, pur amando i contenuti televisivi, sperimenta maggiormente con diverse piattaforme.

In conclusione, la ricerca delinea un pubblico giovane che non è distratto o indifferente, ma semplicemente più esigente e selettivo. I giovani scelgono la televisione per la qualità della visione e per la specificità dei contenuti. Per i broadcaster la sfida consiste nel continuare a presidiare l’antenna, garantendo al contempo un’accessibilità digitale che parli il linguaggio di una generazione iperconnessa, ma ancora profondamente legata alla funzione sociale dello schermo condiviso nel salotto di casa. (AR)

 

(Immagine realizzata con Grok-AI)

 

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