
(10 luglio 2025) Nel panorama mediatico tradizionale, produrre contenuti “in diretta e di interesse locale” è stato a lungo un argomento prioritario per giustificare il ruolo dei broadcaster locali, radiofonici e televisivi.
Il concetto è stato ribadito come valida risposta a molte delle problematiche editoriali che hanno interessato e stanno interessando il settore. L’idea è che un impegno specifico per la produzione di contenuti di buona qualità, prodotti localmente e, possibilmente, ‘live (si pensi anche ai talk show con telefonate), possa essere sufficiente per assicurarsi l’interesse del pubblico del territorio.
Su questo tema, ricerche effettuate recentemente suggeriscono che tale visione abbia fondamento, ma non sia sufficiente per rilanciare il ruolo del broadcasting locale, dal momento che il pubblico desidera, effettivamente, contenuti “di interesse locale”, ma con modalità differenti e più attuali.
Lo scenario in cui ci si muove
Con l’avvento travolgente delle diverse tecnologie on-demand, oggi gran parte del pubblico non attende più i programmi in diretta, non si pone il problema di fissarsi un “appuntamento” col programma.
Cresce costantemente la percentuale di chi consuma, in termini mediatici, ciò che vuole, quando lo desidera. Lo streaming audio e video on demand ha scardinato l’abitudine alla programmazione ad orari fissi; si pensi ai contenuti video offerti dagli OTT o da YouTube, così come ai podcast; tutte modalità di consumo dei media che hanno soppiantato la fruizione ad orari stabiliti.
A parte poche eccezioni, quali sono gli eventi sportivi o le notizie dell’ultima ora e poco altro, il pubblico non attribuisce al concetto di “diretta” lo stesso valore di un tempo, privilegiando, invece, la propria comodità di fruizione.
La crisi dei giornali locali è un fenomeno che conferma l’esistenza di un problema relativo alle aspettative dell’utenza, che trascende la sola appropriatezza dell’offerta di contenuti da parte degli editori.
Una ricerca approfondita
Per comprendere meglio le esigenze non soddisfatte delle comunità locali, un consorzio di organizzazioni mediatiche statunitensi (Greater Public, Public Media Content Collective e Station Resource Group) ha condotto, nel corso dell’intero anno 2024, un’ampia ricerca denominata RUN (Researching Unmet Needs).
Questo studio, uno dei più dettagliati e mirati nella storia della radiotelevisione, ha intervistato approfonditamente oltre 30.000 persone, rivelando interessanti ed inediti aspetti della relazione tra i broadcaster locali e il pubblico.
La scoperta più significativa del progetto RUN è che esiste un potente desiderio di “senso di appartenenza alla comunità” e di “connessione” in ambito locale.
Cosa vuole il pubblico
Le persone, effettivamente, vogliono conoscere meglio i luoghi nei quali vivono. Accanto a questo desiderio di conoscenza, emerge, però, non meno sentito, un bisogno di interazione con gli altri membri della stessa comunità, non solo virtualmente, ma anche di persona.
Questo desiderio si manifesta a partire da un interesse prioritario per “le cose che accadono e che ci sono da fare nella mia città, provincia o quartiere”. Tale, esplicita, sensibilità si traduce in un’esigenza informativa primaria, riscontrata in tutte le aree geografiche campionate e tra cittadini di ogni orientamento politico o ceto sociale.
Il pubblico ha mostrato un vivo interesse per i calendari di eventi locali e per la segnalazione di esperienze musicali, culturali e di spettacolo dal vivo, anche riferendosi alle manifestazioni più semplici e localizzate, non solo con riferimento a grandi eventi.
Nel settore musicale, in particolare, l’”autenticità” è particolarmente importante per il pubblico più giovane, e le emittenti sono spesso percepite come “troppo mainstream”, cioè attente ai temi di carattere generale nazionale, piuttosto che agli argomenti ed eventi di prossimità.
Le stazioni locali, in quanto tra le poche entità mediatiche che abbiano ancora una gestione e la proprietà legate al territorio di appartenenza, sono in una posizione unica per rispondere a questo profondo desiderio di valorizzazione del localismo. Far conoscere ciò che accade “in zona”, attraverso programmi dedicati, ma anche ben riconoscibili e ben valorizzati in palinsesto, è presupposto per favorire l’incontro fisico tra le persone; ciò è molto apprezzato dal pubblico.
News e sollievo
Oltre al desiderio di ‘connessione’ tra le persone, il pubblico esprime anche una carenza di fiducia e un certo scetticismo verso l’informazione in generale. Le persone cercano, prioritariamente, contenuti “di cui potersi fidare”, oltre a “notizie approfondite e portate alla luce tramite un giornalismo indipendente”.
La ricerca ha dimostrato che le radio e le televisioni locali sono considerate buone fonti potenziali per notizie “di cui ci si possa fidare”.
Inoltre, le persone cercano di essere “sollevate” dal contenuto audiovisivo che fruiscono, sia esso in forma giornalistica o di spettacolo; il pubblico vuole vedere e ascoltare, accanto alla necessaria informazione ‘da titoli di testa’ (spesso preoccupante, quando non angosciante), anche notizie che le facciano sentire “speranzose”; news relative ad accadimenti e comportamenti positivi o edificanti.
Questo desiderio di contenuti ‘bianchi’ (in contrasto con la cronaca ‘nera’) è molto sentito, e le radio e le televisioni locali sono ben posizionate per fornire servizi dai territori che rispondano a questa necessità, per esempio, grazie alla vivacità del volontariato, da raccontare, o alla narrazione di fatti minori, ma incoraggianti (il panettiere di zona che a fine giornata dona il pane avanzato agli indigenti, per esempio).
Adattarsi e farsi riconoscere
Abbiamo rappresentato alcune opportunità correlate all’idea di localismo, ma la ricerca ha rivelato che per molti utenti il concetto di emittente locale ha scarso significato. Questa non adeguata consapevolezza è, in parte, dovuta all’ambiente mediatico, che è sempre più ‘affollato’.
Inoltre, le generazioni più giovani sono maggiormente propense a fruire video brevi sui social media e YouTube, ovvero ascoltare brani tramite playlist personalizzate, o podcast, anche in formato breve, piuttosto che fruire di programmi radiofonici o televisivi tradizionali, in modalità ‘long form’.
Ciò suggerisce alle emittenti locali un approccio multi-piattaforma, che preveda declinazioni diverse dei propri contenuti editoriali; una varietà dell’offerta che si fa essenziale per soddisfare adeguatamente le esigenze dell’intera comunità di riferimento.
Un altro aspetto interessante emerso dallo studio è che il pubblico riconosce il valore delle antenne locali soprattutto con riferimento a servizi quali “gli avvisi di emergenza o le dirette durante situazioni di crisi”. Vero è che, fortunatamente, si parla di fatti eccezionali, ma al riguardo, nella ricerca in questione, le radio e tv locali si sono classificate al primo posto in quanto ad aspettative da parte dei cittadini in tali circostanze critiche.
L’offerta di un programma o servizio che funga da “calendario di eventi e idee su quel che c’è da fare nella propria zona” si è classificato al secondo posto, e la produzione di “contenuti che mettano in valore la cultura”, oltre “agli artisti, personaggi e musicisti locali” sono stati posti, rispettivamente, al terzo e al quarto posto. Questi risultati rafforzano l’idea che la cifra distintiva dei media locali risieda in un localismo ‘attivo’ e attento ad ogni sfaccettatura della vita comunitaria.
Da medium ad agente
Dunque, il futuro dei broadcaster locali non risiede semplicemente nella produzione di una maggiore quantità di contenuti “in diretta e di interesse locale”, ma piuttosto nel concentrarsi sulla creazione di opportunità significative, declinabili certamente in diretta, ma anche su piattaforme proprietarie e su proprie pagine social on demand, che abbiano, anche, lo scopo di aiutare le persone ad interagire tra loro.
Questo rappresenta un cambio di paradigma: i broadcaster locali devono smettere di pensarsi solo come aziende produttrici di contenuti, da diffondere ‘a senso unico’, ma devono iniziare a sentirsi e ad operare come veri e propri ‘costruttori di comunità’. Possono riuscirci adottando una strategia editoriale che le veda attente a tutte le forme di connessione tra le persone e capaci di sfruttare la propria posizione unica per offrire servizi essenziali e affidabili.
Evolvendo in tal senso, anche grazie al fatto che molte nuove tecnologie permettono di gestire tali attività in modo relativamente semplice ed accessibile, le stazioni radiofoniche e televisive locali possono non solo mantenere il pubblico esistente, ma anche ambire ad estendere i propri servizi a nuove fasce della comunità, garantendosi rilevanza e sostenibilità.
Download
La sintesi dello studio, in inglese, è disponibile a questo link:
https://www.pmcc.org/wp-content/uploads/2025/04/RUN-Executive- Summary-FINAL (AR)
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